Viaggio in Madagascar, "isola continente"

L’ andata 

www.madagascar.it: max con un lemure, alla riserva di Ankanin ny nofy, Pangalanes, costa est

Eccoci qui! Dopo mesi trascorsi lavorando, e sognando questa vacanza, dopo gli incontri per pianificare date e itinerari, eccoci,  alle 6 del mattino del 13 Agosto nell’aeroporto di Linate pronti a partire per il Madagascar. Nei nostri occhi un po’ di stanchezza per le poche ore di sonno trascorse, ma tanta voglia di partire e di vivere la vacanza.

I protagonisti: Cristina, Laura e Max.  

L’arrivo ad Antananarivo, detta brevemente Tanà dai malgasci, sbrigate le formalità e le pratiche doganali, dopo un’intera giornata passata in aereo, ci lascia solo il tempo di raggiungere l’albergo in centro, attraversando la città addormentata.

La temperatura notturna è decisamente fresca, per noi che arriviamo dall’agosto milanese, e ci fa ricordare che siamo a sud dell’equatore, quindi in inverno, a 1400 metri sul livello del mare.

Il mattino successivo invece attraversiamo la città ben sveglia ed animata fin dalle prime ore di luce. Scopriremo presto che in Madagascar la vita della gente è strettamente legata all’alternarsi del giorno e della notte: in un paese dove l’elettricità viene distribuita solo nelle città e l’illuminazione pubblica è pressoché inesistente, tutte le attività commerciali, i trasporti, ed il lavoro si svolgono sotto la luce del sole, mentre la notte è riservata al riposo.

Giungiamo in aeroporto per prendere il volo interno per Fort Dauphin e scoprire che Air Madagascar ha posticipato il volo di qualche ora: inconvenienti di viaggio che in un paese come questo vanno presi con calma e filosofia (mora-mora è un’ espressione malgascia che esprime bene questo concetto), ne approfittiamo per cambiare gli euro in valuta locale e per provare l’attrezzatura fotografica. La valuta locale: il Franco Malgascio è svalutatissimo! Cambiando 600 € riceviamo più di 7 milioni di franchi in banconote da 25mila!

Il taglio insolito, la quantità di banconote (quasi 300!) e la presenza di una nuova valuta ( l’Ariary che vale 5 FRM) ci obbliga ad estenuanti conteggi e ci costringe a girare con un pacco di banconote di dimensioni degne di uno spacciatore di coca.

Ad ogni modo alle 13 partiamo da Tana e nel primo pomeriggio atterriamo finalmente all’aeroporto di Fort Dauphin. 

Il sud  

www.madagascar.it: laguna di Lokaro, Fort Dauphin

Siamo all’estremità sud-est del Madagascar ed il clima qui è molto diverso da Tana: l’influenza oceanica regala a questa regione un clima caldo ma ventilato di giorno con notti miti e precipitazioni possibili anche nella stagione asciutta, ma noi siamo molto fortunati e di pioggia ne incontreremo poca e soprattutto concentrata nelle ore notturne.

Visitiamo subito Nahampoana, una piccola riserva privata pochi chilometri ad est della città, qui facciamo il nostro primo incontro con i lemuri che tanto spesso ritroveremo durante il viaggio: animali straordinari, antenati delle scimmie che li hanno soppiantati nell’evoluzione naturale in ogni altra parte del mondo, sono qui presenti con numerosi generi e famiglie. La storia geologica dell’isola del Madagascar che si è staccata dal continente africano 160 milioni di anni, fa ha fatto sì che l’evoluzione della vita di piante ed animali si svolgesse in modo molto differente dall’Africa continentale ed i lemuri ne sono l’esempio più evidente.

A Nahampoana sono presenti i Catta dalla lunga coda ad anelli, e i Sifaka (Propithecus Verreauxi) detti i ballerini per il curioso modo di procedere sul terreno. I lemuri vivono in libertà, ma risiedono nella riserva grazie al cibo che l’uomo gli fornisce, tuttavia sono un gruppo piuttosto numeroso e vivace e danno l’idea di vivere in condizioni simili a quelle naturali.

Verso il crepuscolo abbiamo potuto osservare sugli alberi anche alcuni piccoli lemuri notturni del genere Microcebus che vivono liberi nella riserva.

Molto interessante anche la flora che raccoglie tutte le specie possibili da trovare in questa regione del Madagascar: da quelle endemiche come la Palma Drieda o triangolare ai giganteschi bambù ed ai Baobab di cui in Madagascar si contano ben 7 specie di cui 6 endemiche.

Simpatico il giro in canoa che viene proposto ai turisti nel canale che circonda la riserva, nel tragitto abbiamo potuto osservare da vicino un Boa addormentato su un ramo.

La cittadina di Fort Dauphin (si chiama Toloagnaro in lingua malgascia) è piccola con strade sterrate e piene di buche. Lungo alcune vie si respira quell’aria colonial-decadente che spesso ricorre nei paesi che hanno subito una recente dominazione: ville notevoli per strutture architettoniche e dimensioni sono abbandonate all’usura del tempo, e giardini una volta curati da mani esperte sono lasciati in balia della rigogliosa vegetazione tropicale che in breve li rende selvaggi come frammenti di foresta. La vegetazione è ovunque spettacolare: il clima caldo e umido ne permette uno sviluppo notevole, oltretutto esistono molte specie endemiche come la Palma Triangolare che cresce solamente in questa zona del Madagascar e vegetali tropicali come le Nepenthes, piante carnivore che si nutrono d’insetti. Uscendo dalla città sulla statale che porta verso Tulear osserviamo le bellissime e verdi risaie ricavate da terrazzamenti anche molto piccoli, che garantiscono la sussistenza agricola di questo paese economicamente povero ma ricchissimo di risorse naturali. Credo che in nessun paese come nel Madagascar si possa comprendere in pratica il significato della parola ‘biodiversità’: la gran diversità di specie animali e vegetali specializzate a vivere nelle differenti regioni del paese, dalle più umide foreste della costa est, alle zone desertiche subtropicali del sud ovest.

Tutto questo noi lo abbiamo potuto osservare e vivere direttamente. Il giorno di Ferragosto partiamo da Fort Dauphin, accompagnati dalla nostra guida locale Alfonso e da un autista a bordo del pick-up che ci porterà a Faux Cap, promontorio all’estremo sud dell’isola-continente.

Il primo tratto di strada asfaltato si riempie di buche tanto più ci si allontana da Fort Dauphin. La strada sale verso l’ingresso del parco d’Andohahela, con i Lemuri Catta che ci attraversano la strada, mentre è visibile un intero costone della montagna ricoperto dalla Palma Drieda. Proseguendo oltre il clima e conseguentemente la vegetazione cambia rapidamente: spostandosi verso ovest si riduce l’effetto dei venti oceanici carichi di pioggia, il clima si fa più arido e la foresta pluviale si trasforma rapidamente in foresta spinosa, la tipica vegetazione del Sud Ovest. Nella zona attorno alla cittadina d’Amboasary attraversiamo immense piantagioni di Sisal, pianta della famiglia dell’agave di cui sono utilizzate le fibre per la costruzione di corde, cesti, e manufatti artigianali.

La strada perde ogni traccia d’asfalto per diventare una pista sabbiosa a volte difficile da percorrere al di fuori dei ‘binari’ artificiali tracciati dalle ruote dei rari veicoli. La vegetazione si adatta sempre più al clima arido, le piante spinose, didieracee ed euforbie sono intercalate da rari ma splendidi baobab.

Arriviamo dunque a Tsiombè, cittadina sperduta nella pianura ricoperta di foresta spinosa, lasciamo la Route National 13 e percorriamo gli ultimi 40 km che ci separano da Faux Cap dove arriviamo al tramonto. Da Faux Cap lo sguardo verso Sud è interrotto solo dalla singolare cintura di scogli che circonda la baia come a proteggerla dalle violente onde oceaniche: oltre quella barriera solo migliaia di miglia di oceano fino all’Antartide. Questa sensazione d’immensità unita al singolare isolamento dà alla località un fascino particolare. Qui in riva al mare un simpatico francese, sempre sorridente, ha costruito 5 bungalow piuttosto spartani ma confortevoli nei quali alloggiamo;

ed una montagna di aragoste pescate nella baia dal proprietario ci attende per cena!

Il mattino successivo abbiamo tempo per goderci la spiaggia ed il mare trasparente, mentre qualcuno riesce ad intravedere le balene che passano al largo della costa dirette forse verso S. Marie; ma a mezzogiorno ci tocca partire: le cinque ore abbondanti di viaggio che ci separano da Fort Dauphin devono essere percorse con la luce del sole, viaggiare con il buio può essere pericoloso vista la condizione delle strade. Torniamo quindi alle comodità del nostro Hotel Le Dauphin ed in tempo per farci l’ennesima scorpacciata d’aragoste da Chez Perlin, un ristorantino dalla cucina tanto buona quanto spartana ed informale.

La mattina successiva partiamo per un’escursione di due giorni nella laguna di Evatra e Lokaro.  Dopo un’ora scarsa di navigazione nei canali giungiamo in prossimità di Evatra dove ci sistemiamo nei bungalow che ci ospiteranno per la notte: sono molto più spartani di quelli di Faux Cap, sono interamente costruiti con assi di legno, il tetto è di paglia e gli unici oggetti d’arredamento all’ interno sono i letti. I servizi sono in comune in una piccola costruzione in muratura ma… c’è pochissima acqua!

Non ce ne preoccupiamo troppo e dedichiamo la giornata all’esplorazione dei dintorni: attraversiamo il piccolo villaggio seguiti dai bambini che chiedono continuamente caramelle, penne e soldini, con un sorriso stampato sulla bocca. La vita nel villaggio è molto povera, si vede benissimo, tuttavia è un paese fortunato: la vicinanza del mare, molto pescoso, e lo sviluppo di un’agricoltura semplice non fa mancare il cibo alla gente di Evatra. Ci spostiamo dall’altra parte della baia attraversando un promontorio, il paesaggio è da mozzare il fiato: da un lato la laguna ed il villaggio si stendono ai nostri piedi circondati dalle palme, dall’altro lato la spiaggia battuta dalle lunghe onde dell’oceano blu e lontane alcune balene che transitano soffiando.

Raggiungiamo una spiaggia più riparata e facciamo il bagno, per tornarcene poi dopo pranzo a visitare la spiaggia battuta dalle onde nella quale nel mese di febbraio si è arenata una nave!

Il giorno successivo andiamo a piedi a Lokaro, sono circa cinque chilometri, ma passano in fretta percorrendo una spiaggia lunghissima ed assolutamente deserta. Facciamo il bagno nelle cosiddette piscine di Lokaro, un tratto di mare protetto da scogli di scura roccia vulcanica, al ritorno lungo il sentiero fotografiamo un bellissimo cespuglio di Nephentes. L’ ambiente in questa zona è assolutamente naturale ed i segni dell’impatto umano sul territorio sono pressoché invisibili: niente strade, né ferrovie, né imbarcazioni a motore, quasi un paradiso terrestre.

L’ indomani 19 agosto, infatti, riprendiamo l’aereo per Tanà;  dopo aver sbrigato un po’ di commissioni in città ed aver visitato alcuni mercati (Tana è piena di mercati!) per altri acquisti, partiamo in minibus nel primo pomeriggio in direzione della costa est. 

Perinet e Panganales 

www.madagascar.it: camaleonte al Perinet

La strada che percorriamo è la Route National 2, una delle più importanti del Madagascar, che mette in comunicazione la capitale con la città di Tamatave sulla costa est, il porto più importante del paese. La strada è quindi molto trafficata specialmente da grossi autotreni carichi di container, ma almeno è una strada a due corsie ben asfaltata e può essere paragonata ad una nostra provinciale.

Attraversiamo l’altopiano molto popolato, ricco di risaie e di cave di mattoni. La strada procede tortuosa in molti tratti parallela alla vecchia strada ferrata ormai in disuso. Giungiamo nella serata ad Andasibe, nel parco nazionale del Perinet, e troviamo alloggio nello splendido Vakona Lodge, un gruppo di bungalow molto confortevoli che circondano un edificio centrale con ristorante (favoloso il camino circolare) il tutto collocato in un’idilliaca valletta con tanto di laghetto.

Qui il livello della struttura non teme paragoni con i nostri riferimenti europei ad un prezzo notevolmente inferiore: meno della metà di quanto spenderemmo in Italia.

La mattina di buon ora ci svegliamo avvolti dalla nebbia: nel Perinet l’umidità è altissima, piove quasi tutti i giorni e la temperatura nella notte in agosto scende sotto i 10 gradi, tuttavia noi non incontreremo la pioggia.  Prima del sorgere del sole siamo all’ingresso del parco e dopo pochi minuti entriamo alla ricerca delle famiglie di lemuri: questa è la riserva dell’Indri-indri, il lemure più grande del Madagascar, arriva a 80 cm di lunghezza, vive in gruppi familiari poco numerosi e non scende quasi mai dagli alberi. Poco dopo sentiamo il suo richiamo lamentoso e fortissimo: si può udire da chilometri di distanza! Trascorriamo più di tre ore nella foresta pluviale ed oltre agli Indri-indri incontriamo famiglie di Lemur Fulvus Fulvus, camaleonti, gechi, ed anche un boa addormentato sotto un cespuglio. Anche la vegetazione lussureggiante merita una nota; siamo circondati da alberi di palissandro, felci arboree alte diversi metri, euphorbie e palme del viaggiatore mentre felci ed altre epifite vivono aggrappate ai tronchi degli alberi e grandi liane penzolano dai rami: una foresta vera e propria. Nel pomeriggio visitiamo l’isola dei lemuri una piccola riserva costruita all’interno del Vakona, dove incontriamo ancora i Sifaka.

Dopo i lemuri tocca ai coccodrilli: ce ne sono moltissimi che vivono in un lago verde tra la vegetazione apparentemente liberi di muoversi a loro piacimento. In una gabbia di 30 mq. incontriamo anche una coppia di Fossa, il rarissimo felino endemico del Madagascar che ormai vive in libertà solo nelle zone pi remote dell’isola, in altre gabbie uccelli, camaleonti e boa. La mattina del 22 agosto ci vede di nuovo in partenza con il nostro minibus in direzione est verso i canali del Panganales. Mentre la strada scende dagli altipiani verso le pianure dell’est, la vegetazione delle foreste pluviali cede il passo alle palme del viaggiatore, alle coltivazioni di banane e a quelle di canna da zucchero. Il clima si fa più dolce e dopo una sosta nel paese di Analamazaotra (impronunciabile!) per comprare la frutta attraversiamo Brikaville e raggiungiamo Manambato sulle rive del lago costiero.  Ci stanno aspettando per iniziare l’escursione dei canali: con una barca a motore percorriamo il lago ed entriamo nel canale circondato dalla vegetazione palustre. Questi canali, fatti costruire dai coloni francesi, un tempo permettevano alle imbarcazioni di navigare da Tamatave lungo la costa verso sud per 650 Km costituendo una via di comunicazione semplice ed efficace al riparo delle impetuose onde dell’oceano; oggi solo una parte di questi canali sono ancora navigabili. Raggiungiamo la piccola riserva di Ankany’ny Nofy dove ci aspettano ancora lemuri, per la gioia di Laura! Ma questi sono molto addomesticati ed il custode con i suoi rumorosi richiami e soprattutto l’offerta di alcune banane li fa avvicinare moltissimo, addirittura ci saltano sulle spalle!

Non è esattamente quello che ci aspettavamo da una riserva, ma la prossimità degli animali ci consente di realizzare bellissimi ritratti fotografici. Riprendiamo la barca e ci fermiamo a visitare un villaggio locale che sorge tra il canale e l’oceano, proprio sul percorso della vecchia ferrovia, alcuni malgasci hanno fatto diventare la loro casa un vagone abbandonato sui binari! Oltre la sottile striscia di terra le onde dell’oceano indiano, s’infrangono sul litorale sabbioso nella luce del tramonto. Torniamo ai bungalow, semplici ma confortevoli dell’Acacia Hotel: nonostante le esperienze dei nostri predecessori narrino di serpenti avvolti attorno al tubo della doccia, di rettili neanche l’ombra! Passeggiata notturna sulla finissima sabbia del lago e di mattino siamo pronti per ritornare verso Tana. Il viaggio di circa 300 km c’impegna per tutta la giornata interrotto solo dalla sosta nella cittadina di Moramanga, molto animata in quanto importante crocevia stradale.

Abbiamo modo di acquistare ed assaggiare nuova frutta a noi ancora sconosciuta: Il Finésse o Job-fruit, una specie di grosso melone verde con la scorza spessa e butterata, contiene grossi semi e cartilagini biancastre molto dolci e fibrose, che sono la parte commestibile; ed il pom-canelle, un frutto più piccolo verde e sferico contenente una polpa bianca morbida come uno yogurt, il cui sapore ricorda vagamente il caco.

Al nostro arrivo Tanà è già immersa nell’oscurità della sera, ceniamo al Sakamanga, simpatico ristorante del centro, molto amato dai giovani malgasci e dai turisti e ci spostiamo all’albergo in zona aeroporto, pronti per il volo di domani che ci porterà a Diego Suarez. 

Il Nord 

www.madagascar.it: tsingy rouge 2 ore da Diego Suarez

www.madagascar.it: mar d'emerauld, Diego Suarez

www.madagascar.it:galileo, opspite al domaine le fontenay

Arriviamo a Diego Suarez nella mattinata, la città chiamata Antsiranana dai malgasci, si affaccia su un’immensa baia la seconda per dimensioni al mondo, dopo quella di Rio de Janeiro e per certi aspetti simile: anche qui abbiamo un Pan de Sucre al centro della baia! Certo la città è molto più piccola di Rio e certamente meno popolata, anzi: dopo la partenza dei francesi avvenuta nei primi anni ’60 che avevano nella città una guarnigione militare, nella parte coloniale della città si respira un’aria d’abbandono e di trascuratezza che traspare nel cattivo stato di conservazione degli edifici.

Tuttavia proprio durante la nostra vacanza notiamo un rifiorire d’attività, indice di una presa in possesso della città da parte dei malgasci: si costruiscono alberghi (il turismo è sicuramente in espansione nella zona), e si riparano edifici.  Diego è anche il terzo porto del Madagascar per importanza, ed è importante per la pesca, l’industria di conservazione del pesce e l’artigianato.

Grazie allo sviluppo dell’artigianato locale si possono fare buoni affari acquistando nelle botteghe articoli in bambù, ferro, legno, e corno di zebù: qui abbiamo trovato i prezzi più bassi di tutto il Madagascar.

Tutto sommato Diego mi sembrata una città gradevole e più vivibile di Tananarive che è un po’ troppo caotica e con tutti i problemi tipici di una capitale del terzo mondo.

Ci spostiamo nella località balneare di Ramena a 40 minuti dalla città ma sempre all’interno della baia, la spiaggia è carina ma non favolosa. Dopo aver trascorso il pomeriggio sulla spiaggia ci  trasferiamo nel gruppo di bungalow scelti per il nostro pernottamento a qualche chilometro da Ramena. La mattina successiva partiamo per un’escursione in barca che c’è stata consigliata in loco, si tratta del Mar d’Emeraude, un tratto di mare poco profondo dal colore meraviglioso circondato da piccole baie idilliache con sabbia bianchissima che si trova appena fuori della baia:  l’unico problema  è che per raggiungerlo bisogna necessariamente attraversare la baia vicino all’imboccatura dell’oceano e l’onda lunga all’ingresso della baia solleva e fa rollare la nostra barchetta  in modo preoccupante!  Ma niente paura, la barchetta è inaffondabile: basta saper prendere bene le onde, il nostro marinaio fortunatamente sa il fatto suo. Superato il punto critico ammiriamo il colore del mare e raggiungiamo una spiaggia a ridosso della scogliera che ci protegge dall’oceano e dove mangiamo pesce buonissimo appena pescato dai nostri marinai. Al ritorno, ripetiamo la traversata dopo una sosta per lo snorkeling ed approdiamo alla spiaggetta di Ramena giusto in tempo per ripartire alla volta della Montagne d’Ambre, un massiccio d’origine vulcanica che si eleva a circa 50 km a sud di Diego Suarez, sede di un parco nazionale. Dopo un’ora di viaggio raggiungiamo la località nella quale pernotteremo: un gruppetto di bungalow di legno appena fuori dell’abitato di  Joffreville, sulle pendici della montagna. La cittadina di Joffreville fondata dai francesi, mostra un’aspetto un po’ decadente, anche qui ville e villette in stile coloniale abbandonate e cadenti; il terreno molto fertile, permette facilmente la produzione agricola d’ortaggi e frutta che alimentano i mercati di Diego Suarez.  Il nostro alloggio è incantevole: un terrazzamento naturale sopra la baia di Diego dal quale  lo sguardo può correre indisturbato dall’Oceano Indiano ad est, al canale di Mozambico ad Ovest. Gli alisei in questa stagione soffiano incessantemente dall’oceano verso la montagna, e nel risalirne le pendici cedono la loro umidità alla pioggia, facendo della Montagne d’Ambre uno dei posti più piovosi del Madagascar: oltre 3500 mm di piaggia l’anno. Tuttavia la nostra buona stella non ci abbandona, durante la nostra permanenza non prenderemo nemmeno una goccia di pioggia! La pioggia e l’umidità fanno di questa montagna un’isola di foresta pluviale ricca di vita: lungo i sentieri che si snodano all’interno del parco s’incontrano tre cascate, circondate da una rigogliosa foresta, tra i grandi alberi svettano il Canariun Madascariensis caratterizzato da larghe costole alla base del tronco simili ai contrafforti delle nostre cattedrali, ed il palissandro. Numerosissime felci arboree costeggiano il sentiero, orchidee epifite penzolano dai tronchi insieme alle liane dei rampicanti. Durante il percorso del mattino, per nulla impegnativo sotto l’aspetto fisico, incontriamo una famiglia di lemuri intenti a nutrirsi di bacche sui rami degli alberi, incontriamo anche farfalle, gechi e molti camaleonti, che si mimetizzano perfettamente tra la vegetazione, ma sono subito scovati dagli occhi esperti della nostra guida. Nel pomeriggio dopo l’abbondante pic-nic preparato dalle nostre guide, non ancora paghi della tranquilla passeggiata, ci facciamo accompagnare al Lac Mahasarika, uno dei numerosi crateri vulcanici che hanno generato la montagna tre milioni d’anni fa. Per raggiungere i circa 1200 m d’altezza scarpiniamo per un’oretta lungo un ripido sentiero, ma in breve raggiungiamo un punto d’osservazione che sovrasta il piccolo bacino circolare. Qui termina il percorso guidato facilmente raggiungibile dai turisti, per raggiungere la vetta della montagna occorrerebbero ancora 4 ore di cammino attraverso sentieri poco battuti e pieni di sanguisughe. Rimandiamo l’impresa ad un altro viaggio e scendiamo lentamente verso Joffreville e quindi la città di Diego Suarez dove trascorreremo la notte.

Al mattino successivo partiamo in direzione  Ankify punto di’ imbarco per l’isola di Nosy Be dove trascorreremo l’ultima settimana di vacanza. Ma lungo il viaggio ci sono ancora delle mete interessanti, per prima cosa raggiungiamo un piccolo canyon scavato nell’arenaria nel quale si trovano delle curiose formazioni geologiche: gli tsingy rossi. Centinaia di piccole guglie di arenaria alte da uno a quattro metri occupano il versante del canyon. Le precipitazioni scarse ma intense che raggiungono la zona nella stagione umida sono la causa del curioso fenomeno naturale. Ci aggiriamo nel paesaggio quasi lunare, la temperatura e l’umidità sul fondo sono molto alte. Dopo un pic-nic ci rimettiamo in strada ed attraversiamo la pianura piuttosto popolata anche per il fatto che nella zona ci sono numerose miniere di zaffiri: molti malgasci attratti dalla possibilità di un veloce arricchimento si sono trasferiti nelle cittadine circostanti le miniere, tuttavia la vita del minatore in Madagascar non è né facile n’agiata, il lavoro si svolge in condizioni difficili e molto pericolose e spesso il guadagno che se ne ricava non giustifica le difficili condizioni di vita.

Noi, superata la zona degli zaffiri raggiungiamo il tratto di strada che attraversa il parco dell’Ankarana. Lorenzo, la nostra guida, ci offre ospitalità in un gruppo di bungalow, fatti costruire da lui all’ ingresso del parco. Certo, sono piuttosto spartani, senza acqua corrente ne bagno, ma sono puliti ed ordinati e pernottare lì ci permetterà di risparmiare alcune ore di viaggio per raggiungere Ambilobe, e soprattutto ci permetterà di visitare meglio il parco dell’Ankarana. Entriamo per la prima volta nel parco di pomeriggio. Visitiamo i piccoli Tsingy, questi d’origine calcarea che sono vicini all’ingresso del parco e subito dopo ci spostiamo nelle grotte dell’Ankarana.

Le grotte interessanti sia sotto l’aspetto naturalistico che quello storico, servirono da rifugio al popolo di questa regione, gli Antankarana, assediato dalle armate dei Merina: l’assedio durò tre anni! Oggi le grotte sono abitate da moltissimi pipistrelli, e le due grotte che visitiamo ne contengono due specie diverse. Molto belle le conformazioni calcare: stalattiti e stalagmiti ornano l’interno della prima cavità che visitiamo, e che possiamo percorrere per ca. 200 metri; la grotta è molto più lunga, ma per proseguire oltre sarebbe necessaria attrezzatura ed esperienze speleologiche. Noi illuminando le pareti con la sola luce delle torce tascabili agitiamo un poco il riposo dei mammiferi alati che svolazzando tra le volte della caverna danno vita ad un’atmosfera un po’ surreale. La seconda grotta dall’ingresso più ampio contiene pipistrelli più grandi, non possiamo penetrare molto perché il percorso è piuttosto scivoloso e naturalmente anche qui non ci sono attrezzature o appigli che aiutino il procedere nel buio, anzi, dobbiamo stare attenti a dove mettere le mani: alcuni grossi ragni vivono sulle pareti della grotta.

Uscendo dalle grotte e risalendo il ripido sentiero che ci riporta all’aria aperta notiamo che la temperatura e l’umidità della cavità sono sensibilmente più alte: è stato un bene visitarle durante la serata, non oso immaginare quanto caldo possa fare qui nella stagione estiva. Alcuni lemuri ci osservano curiosi dall’alto dei loro rami. Spostandoci a piedi verso l’uscita del parco raggiungiamo un inghiottitoio, dove il fiume, ora asciutto, sparisce nelle cavità della terra. La natura calcarea del suolo spiega l’esistenza di questo sistema di grotte e fiumi, e gli stessi Tsingy, piccole piramidi di roccia calcarea, sono originati dall’erosione delle rocce superficiali da parte della pioggia.

Torniamo ai nostri bungalow, e dopo un’ottima cenetta a lume di candela (naturalmente qui non c’e’ corrente elettrica) nella baracca-ristorante di Lorance andiamo a dormire all’ora delle galline (in realtà loro dormivano 10 metri più avanti). La mattina appena fa chiaro ci alziamo e dopo la colazione siamo pronti a ritornare nel parco: ci aspetta un’ora di cammino attraverso il bosco per raggiungere una collina, punto d’osservazione panoramico sull’Ankarana. Il bosco qui ha caratteristiche molto differenti rispetto alle foreste pluviali dell’est: ora siamo nella stagione asciutta e di giorno fa molto più caldo, naturalmente anche la vegetazione più rada, ne risente. Troviamo un piccolo lemure notturno che dorme nell’incavo di un tronco, non è facile poterli osservare e ne approfittiamo per fotografarlo. Dal punto d’osservazione possiamo godere di un bellissimo panorama: verso ovest oltre un tratto di foresta, ci sono migliaia di Tsingy, ed oltre le colline vediamo un tratto del canale di Mozambico; riusciamo anche ad individuare qualche isola, probabilmente le Mitsio. La cosa che mi impressiona di più è poter osservare chilometri e chilometri quadrati di territorio senza traccia di presenza umana.  Torniamo alla strada in tarda mattinata salutiamo Lorenzo e riprendiamo il pulmino per arrivare ad Ambilobe ad ora di pranzo. Visitiamo la cittadina e il suo mercato coloratissimo, compriamo una gustosa noce di cocco che ci mangiamo per la strada e notiamo che siamo gli unici turisti in tutta la città. Dopo pranzo ripartiamo alla volta d’Ankify che raggiungiamo al tramonto del sole. Ceniamo e dormiamo all’Hotel La Mer gestito da una simpatica signora tedesca. Al mattino siamo pronti ad imbarcarci su una piccola e velocissima lancia e raggiungere dopo mezz'ora di traversata  l’isola di Nosy-Be.

www.madagascar.it: lemure notturno - microcebus